News

Frattura del femore: chi è più a rischio, come si cura e quanto tempo ci vuole per tornare a camminare

frattura del femore

Ogni giorno decine di anziani arrivano in pronto soccorso dopo una caduta, spesso avvenuta in casa. Una scivolata, magari banale, che può trasformarsi in una frattura del femore (l’osso più lungo del corpo umano situato nella coscia, che collega l’anca al ginocchio). Secondo i dati aggiornati, in Italia è causa di circa 100.000 ricoveri annui negli over 65, un numero che negli ultimi anni non ha mai smesso di aumentare, tanto che gli specialisti parlano addirittura di una nuova “pandemia”. Eppure, nonostante l’impatto crescente, i reparti dedicati alla gestione integrata di questi pazienti – ossia le unità di ortogeriatria – sono ancora pochi e distribuiti in modo irregolare. Una realtà che crea differenze negli esiti, nella qualità di cura e nella possibilità di recuperare autonomia.

Frattura del femore: chi corre il rischio maggiore?

In un paese che invecchia rapidamente come l’Italia non stupisce che le fratture del femore costituiscano un problema sempre più diffuso e rilevante. Gli anziani, infatti, sono più esposti a perdita di equilibrio, cadute e traumi, non solo negli ambienti esterni, ma soprattutto tra le mura domestiche, dove fattori come scarsa illuminazione, tappeti scivolosi, inadeguata disposizione dei mobili e scale ripide possono aumentare i pericoli. A volte basta davvero poco, un inciampo o un movimento troppo veloce, e il femore cede. Più a rischio i soggetti attivi e quelli che assumono farmaci che possono compromettere equilibrio e stabilità, come i medicinali per l’insonnia o l’ipertensione.

Spesso chi se lo frattura ha l’osteoporosi

«L’allungamento della vita media porta con sé anche un aumento delle condizioni di fragilità, prima su tutte l’osteoporosi, una patologia silenziosa e spesso non diagnosticata che riduce la densità delle ossa rendendole meno resistenti agli urti», interviene Alberto Belluati, vicepresidente della Società italiana di ortopedia e traumatologia (Siot) e direttore del dipartimento Osteoarticolare Ausl Romagna, e dell’Uoc Ortopedia e traumatologia dell’Ospedale S. Maria delle Croci di Ravenna. In questo contesto, anche una caduta banale può trasformarsi in un evento grave, soprattutto quando coinvolge il femore, che sostiene il peso del corpo e garantisce la stabilità dell’anca. La testa di quest’osso, in particolare, rappresenta un punto delicato, sottoposto a forti sollecitazioni meccaniche. Tanto che persino i giovani possono fratturarsi il femore – seppur più raramente –
soprattutto a causa di traumi violenti, come incidenti stradali o cadute dall’alto.

Frattura del femore: quali sono i sintomi?

In genere, i sintomi di una frattura del femore sono evidenti e difficili da ignorare. Il principale è un dolore intenso all’anca o alla coscia, che impedisce di stare in piedi, di camminare e di svolgere anche i movimenti più semplici. È quasi sempre associato a gonfiore, lividi, ematomi e rigidità. Spesso, poi, l’arto assume posizioni anomale. Talvolta, subentra un vero e proprio shock da dolore, una reazione intensa che può manifestarsi con abbassamento della pressione, respiro accelerato, aumento del battito cardiaco, pallore, sudore, confusione, perdita di coscienza. È importante essere tempestivi e recarsi al più presto al pronto soccorso.

Come si interviene?

Nella maggior parte dei casi è necessario l’intervento chirurgico. La procedura non è uguale per tutti: cambia in base all’età del paziente, al punto in cui l’osso si è spezzato e alla gravità della frattura. «Dal punto di vista puramente tecnico, non si tratta di un’operazione complicata. Oggi, le metodiche chirurgiche hanno raggiunto standard molto elevati, diventando sempre più precise e meno invasive», spiega l’esperto. «In alcuni pazienti si riallinea e stabilizza l’osso con dispositivi interni come chiodi, placche o viti, mentre in altri, soprattutto quando è coinvolto il collo del femore, può rendersi necessaria la sostituzione dell’articolazione con una protesi. I risultati finali sono molto simili».

L’obiettivo dell’intervento non è solo riparare l’osso, ma consentire una ripresa quanto più rapida possibile della deambulazione e dell’autonomia. Ovviamente, il chirurgo non può fare miracoli: si cerca di ripristinare, per quanto fattibile, la condizione precedente all’incidente, ma non si può trasformare la capacità di movimento di una persona anziana che già prima aveva difficoltà. Nelle situazioni meno intricate l’intervento può durare anche solo 15-20 minuti, mentre nelle fratture più complesse può essere più lungo e invasivo.

Che anestesia si fa?

Quando possibile, si ricorre all’anestesia periferica spinale, che prevede l’iniezione dell’anestetico nel liquido cerebrospinale presente nella colonna vertebrale. In questo modo, si annullano i rischi dell’anestesia generale, e in particolare del delirio post chirurgico, un disturbo neurologico caratterizzato da confusione, perdita di memoria e alterazione dello stato mentale.

Frattura del femore: quali sono gli strascichi sul paziente?

Sebbene la frattura al femore in sé non sia particolarmente difficile da operare, rappresenta un evento molto pericoloso, che può cambiare radicalmente la vita di chi la subisce e di chi assiste. «Non si tratta semplicemente di un osso rotto, ma di una malattia che spesso segna un prima e un dopo perché mina l’equilibrio fisico, psicologico e sociale della persona, soprattutto in età avanzata», conferma l’esperto. «Spesso, infatti, interessa anziani che hanno già diverse patologie o fragilità, compromettendo ulteriormente il loro stato di salute».

I rischi legati all’intervento chirurgico, essenzialmente infezioni ed emorragie, si sommano alle conseguenze legate all’immobilità, come trombosi venosa profonda, embolia polmonare, polmoniti, piaghe da decubito e un generale peggioramento delle condizioni fisiche. A queste si possono aggiungere la perdita di massa muscolare, il calo dell’equilibrio e, in alcuni casi, un declino cognitivo favorito dal ricovero e dall’interruzione improvvisa dell’autonomia. Anche chi prima camminava e conduceva una vita indipendente si trova improvvisamente costretto a letto, con un’operazione chirurgica e un lungo periodo di riabilitazione da affrontare. I soggetti più fragili possono non riuscire a recuperare completamente le capacità di movimento precedenti alla caduta.

Forti anche le ripercussioni sul piano emotivo e relazionale: il bisogno di assistenza quotidiana, il cambiamento delle abitudini e talvolta il trasferimento in strutture di cura possono modificare radicalmente la qualità della vita. Una caduta può incrinare anche la fiducia in se stessi, associandosi alla paura di muoversi e di ricadere e alla tendenza a rimanere seduti per ore, con il rischio di accelerare la perdita di forza e di indipendenza.

L’impatto sulla famiglia

L’impatto di una frattura del femore si estende spesso all’intera famiglia. Dopo l’intervento, i familiari diventano parte integrante del percorso di cura, prendendo parte in modi diversi alla mobilizzazione e alla fisioterapia e facendosi carico delle necessità quotidiane del paziente. «Ecco perché è importante educare e supportare anche i caregiver», racconta Belluati. «Oltre a generare in loro stress e preoccupazioni, questo evento può comportare un cambiamento radicale delle abitudini di vita, soprattutto quando si tratta di anziani che vivevano in autonomia». Anche la gestione dei farmaci, degli appuntamenti medici e della sicurezza in casa diventa una responsabilità costante, che richiede pazienza e organizzazione.

In caso di frattura del femore la rapidità è fondamentale

«Proprio per circoscrivere il più possibile le molteplici conseguenze di questa frattura è fondamentale operare il prima possibile, idealmente entro le 24-48 ore», specifica l’esperto. «Intervenire rapidamente significa limitare i rischi e iniziare prima la mobilizzazione, evitando che l’inattività prolungata comprometta ulteriormente muscoli, equilibrio e autonomia». Anche la riabilitazione post intervento è decisiva. Già nelle primissime ore, quando le condizioni lo consentono, o nei giorni successivi, si cerca di rimettere il paziente in piedi, con l’aiuto dei fisioterapisti.

Il percorso – da continuare anche a domicilio o in strutture specializzate – serve a far recuperare forza muscolare, stabilità e sicurezza nei movimenti, e a prevenire le conseguenze legate all’immobilità. Prevede esercizi di mobilizzazione ma anche respiratori e di altro tipo. Il recupero non è solo fisico: tornare a camminare significa anche ritrovare fiducia nel proprio corpo e nella possibilità di riprendere, almeno in parte, la vita di prima.

Le unità di ortogeriatria sono importantissime

Purtroppo, non tutti gli ospedali riescono a garantire questa tempestività a causa di vari fattori, come mancanza di personale specializzato, scarsità di sale operatorie e posti letto. «I migliori risultati nel trattamento della frattura del femore si ottengono quando il paziente viene ricoverato in un’unità di ortogeriatria», chiarisce l’ortopedico. «Si tratta di un percorso clinico-assistenziale specificamente dedicato alle persone anziane con malattie ortopediche a carattere chirurgico».

In questi reparti, gli ortopedici lavorano con i geriatri, specialisti che gestiscono le molte comorbidità tipiche degli ultrasettantenni, come malattie cardiovascolari, disturbi ai reni, patologie croniche, pluri-terapie farmacologiche. Ad affiancarli, un team multidisciplinare che comprende altre figure, come fisioterapisti, infermieri specializzati, nutrizionisti e psicologi. Questo approccio non riguarda solo l’intervento chirurgico, ma copre l’intero percorso, dalla valutazione iniziale alla riabilitazione, e ha l’obiettivo di ridurre le complicanze, abbreviare il periodo di degenza e migliorare l’autonomia nel tempo.

Quali sono quelle presenti in Italia?

Purtroppo, a oggi, le unità di ortogeriatria sono presenti solo in alcuni ospedali italiani, ad esempio nell’Ospedale San Paolo di Milano, al Policlinico di Sant’Orsola di Bologna, al Policlinico Gemelli di Roma, nell’ente ospedaliero Ospedali Galliera di Genova, nell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona e nell’ospedale San Jacopo di Pistoia. Laddove possibile, si consiglia di portare l’anziano fratturato in una di queste strutture oppure, in alternativa, nei nosocomi che hanno esperienza nel trattamento del femore. Un elenco è disponibile sul sito micuro.it, inserendo nello spazio di ricerca “Fratture del femore”.

I consigli per prevenire la frattura del femore

  • Mantenere uno stile di vita attivo, camminando tutti i giorni.
  • Eseguire almeno due-tre volte alla settimana esercizi mirati a rafforzare muscoli e ad aumentare l’equilibrio.
  • Seguire una dieta ricca di calcio (mangiando cibi come latticini e pesce azzurro) e valutare un’integrazione di vitamina D per avere ossa più forti.
  • Rendere l’ambiente domestico sicuro, eliminando tappeti scivolosi, ostacoli e punti pericolosi, aggiungendo corrimano sulle scale, predisponendo una buona illuminazione, mettendo tappetini antiscivolo in bagno e sgabelli in doccia.
  • Usare scarpe adeguate e dispositivi di supporto quando necessario.
  • Effettuare controlli medici regolari. Su consiglio del medico, effettuare una Moc, un’indagine specifica per la valutazione dell’osteoporosi.
  • Confrontarsi con il medico per valutare l’eventuale sostituzione di farmaci che possono influire sull’equilibrio o aumentare il rischio di cadute.
  • Non sottovalutare le cadute anche se in apparenza banali.

Silvia Finazzi

L’articolo Frattura del femore: chi è più a rischio, come si cura e quanto tempo ci vuole per tornare a camminare proviene da OK Salute e Benessere.

Marta

Esperta ed appassionata di oli essenziali e aromaterapia. Con una curiosità instancabile e una dedizione senza fine alla ricerca, mi impegno a portarti informazioni accurate e approfondite, arricchite dalla mia esperienza personale.