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Culle per la vita: una seconda possibilità per madri e bambini

culle per la vita

«Nata stamattina, in casa solo io e lei. Le auguro tutto il bene del mondo. Vi lascio un pezzo importante della mia vita che sicuramente non dimenticherò mai», ha scritto la mamma della piccola Noemi, salvata nel 2024 a Bergamo. In altri messaggi, poche parole: «Perdonami se non posso restare. Qui però sarai al sicuro». O ancora: «Non ho nulla da offrirti, tranne la possibilità di una vita diversa dalla mia. È l’unico modo per volerti bene». Sono alcune delle frasi lasciate accanto a neonati affidati alle culle per la vita, create per evitare gli abbandoni per strada, nei cassonetti, sulle panchine di un parco.

Come funzionano le culle per la vita?

«In concreto, si tratta di piccoli vani accessibili dall’esterno, nei quali è installata un’incubatrice termica sorvegliata da una telecamera. Premendo un apposito pulsante, si apre uno sportello, che si chiude automaticamente una volta che il bimbo è stato deposto», spiega Massimo Agosti, professore ordinario di Pediatria all’Università dell’Insubria e direttore dell’unità operativa di Neonatologia e terapia intensiva neonatale dell’ospedale Filippo Del Ponte di Varese, oltre che presidente della Società italiana di neonatologia (Sin). «Si attivano, quindi, un allarme acustico e un monitor collegati con l’ospedale di riferimento che avvisano i medici di guardia, i quali si recano subito sul posto per trasferire il prima possibile il neonato in reparto in modo da poter svolgere i primi accertamenti sanitari. Un processo che garantisce sia l’anonimato delle madri sia la sicurezza del bambino».

Prima c’era la ruota degli esposti

Queste culle sono la versione moderna e tecnologica della ruota degli esposti, comparsa per la prima volta nel periodo medievale all’ospedale dei Canonici di Marsiglia, in Francia. Si trattava di un semplice cilindro di legno, che ruotava su un perno: in presenza di un neonato, un campanello avvisava l’addetto all’accettazione. Poco dopo, un presidio analogo comparve in Italia, all’ospedale Santo Spirito di Roma. Nell’Ottocento, nella nostra penisola, i bimbi deposti erano tra i 40.000 e i 60.000 all’anno, come testimoniano i molti cognomi che ne sono derivati: Innocenti, Di Maria, Incerti, Esposito e altri.

Nel 1923 queste strutture furono ufficialmente soppresse dal regime fascista, per poi essere riaperte nel 1992. Bisognerà, però, attendere il 2006 affinché compaiano le prime culle negli ospedali pubblici, a cominciare dal Policlinico Casilino della capitale. Proprio per diffonderle sul territorio, nel 2007 è stato ideato il progetto nazionale “Ninna Ho”, promosso dalla Fondazione Francesca Rava onlus in collaborazione con Sin e con altri partner. «Abbiamo sostenuto questa iniziativa con l’obiettivo di offrire un’alternativa all’abbandono alle mamme che hanno bisogno di aiuto», prosegue Agosti. «In questi contesti, fondamentale è anche offrire una corretta comunicazione, tant’è che sono stati distribuiti opuscoli informativi in molte lingue».

Culle per la vita: quante ce ne sono in Italia?

In Italia le culle per la vita sono circa 60, con una distribuzione territoriale disomogenea. Tra le regioni, in testa si trova la Lombardia con undici culle: a Milano, in Clinica Mangiagalli, e nei capoluoghi di provincia come Bergamo, Brescia, Cremona, Varese, e anche in alcuni paesi più piccoli, quali San Giuliano Milanese, Abbiategrasso e Vigevano. Segue, al secondo posto, la Sicilia con nove culle, distribuite nelle varie province. Altre Regioni contano solo poche installazioni, mentre cinque, ovvero Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Sardegna, Trentino-Alto Adige, ne sono prive.

Questi dispositivi possono essere installati sia presso ospedali sia presso enti privati, come associazioni o parrocchie. A oggi non esiste, tuttavia, un registro nazionale delle culle esistenti. Parallelamente, manca anche una legge che le disciplini. Nel 2023 il tema è approdato in Parlamento con interrogazioni che hanno chiesto l’intervento del Governo. In risposta, il ministero della Salute, tramite la sottosegretaria Fausta Bergamotto, ha annunciato l’intenzione di avviare un censimento nazionale in modo da disporre di un quadro aggiornato. Inoltre, riconoscendo il problema normativo, si è reso disponibile a sostenere iniziative legislative per dare riconoscimento giuridico a questi presidi e regole uniformi sul territorio.

Quanti bambini vengono deposti all’anno?

I neonati effettivamente lasciati nelle culle sono molto pochi. Mancano dati ufficiali, ma il Centro di aiuto alla vita che monitora la situazione stima che a oggi siano stati solo 14-15 i bambini deposti in tutta Italia: meno di uno-due casi all’anno a livello nazionale. Alcune culle non sono mai state utilizzate (per esempio, quella di Torino, attiva da 13 anni presso il Servizio missionario giovani), mentre altre hanno registrato solo qualche accesso. Per esempio, la culla della Mangiagalli, attivata nel 2007 per opera dell’associazione Venti Moderati in accordo con il Comune e con la Fondazione Ca’ Granda-Ospedale Maggiore Policlinico, ha accolto tre neonati (nel 2012, nel
2016 e il piccolo chiamato poi Enea a Pasqua del 2023). Quella di Abbiategrasso ha offerto protezione, nel 2016, a una neonata avvolta in un asciugamano, poi chiamata Azzurra dai suoi soccorritori.

Accanto a questi casi andati a buon fine, ce ne sono altri che hanno avuto esiti drammatici. Come quello avvenuto nel gennaio del 2025 a Bari, dove un bimbo di un mese, deposto nella culla della chiesa di San Giovanni Battista, è stato trovato esanime a causa del freddo, probabilmente in conseguenza di un malfunzionamento tecnico. «Vicende dolorose come questa evidenziano l’importanza di garantire che ogni culla sia sottoposta a controlli periodici, affinché risulti perfettamente funzionante», sottolinea il neonatologo, «e, soprattutto, di incentivare le donne in difficoltà a rivolgersi a consultori e ospedali, gli enti più idonei a offrire un’adeguata assistenza».

I neonati lasciati nelle culle per la vita sono subito adottabili

Ogni piccolo trovato nella culla e momentaneamente affidato alle cure dei sanitari può essere dichiarato adottabile in tempi rapidi. Inizia, quindi, il procedimento, a cominciare dall’individuazione della coppia più adatta fra quelle presenti nelle liste approvate dal Tribunale per i minorenni. L’iter prevede un affidamento preadottivo e, in caso di risultato positivo, l’adozione vera e propria, con la quale il bimbo diventerà a tutti gli effetti figlio legittimo dei genitori adottivi. In un paio di casi la procedura di adottabilità può essere temporaneamente sospesa: quando la mamma biologica non ha ancora compiuto 16 anni, purché il minore, adeguatamente accudito, abbia un rapporto continuativo con lei, e quando è incerta sulla decisione da compiere e necessita di un periodo di riflessione. In quest’ultimo caso, le vengono concessi, previa richiesta al Tribunale, fino a due mesi di tempo per reclamare il bambino.

All’estero come funziona?

Le culle per la vita non sono una peculiarità italiana. Come sottolinea l’associazione Amici dei bambini, vari Paesi, soprattutto in Europa, hanno istituito dispositivi simili per fronteggiare l’abbandono neonatale. Per esempio, la Germania ha introdotto le babyklappe nel 2000: ne sono state attivate circa 90 in tutto il Paese, che hanno permesso di salvare fino a mille neonati. L’anno successivo la Svizzera ha messo in funzione le babyfenster, soprattutto nell’area tedesca e nel Canton Ticino. In Europa orientale, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia hanno promosso su larga scala le baby box. Al contrario, nazioni come Francia, Regno Unito e i Paesi
Scandinavi hanno deciso di non servirsi di questi presidi, puntando solamente sui percorsi ospedalieri di maternità (in alcuni casi senza prevedere nemmeno il parto anonimo, ritenendo prevalenti i diritti del bambino a conoscere le proprie origini).

Negli Stati Uniti esistono leggi che permettono ai genitori di lasciare in modo sicuro un neonato, di solito entro 30-60 giorni dalla nascita, in luoghi selezionati, come ospedali, caserme dei vigili del fuoco, stazioni di polizia. Negli ultimi anni, in alcuni Stati sono state installate baby box automatizzate paragonabili alle culle per la
vita italiane ed europee. Il loro utilizzo rimane raro, ma in Indiana una baby box è stata usata sei volte nel solo 2022: un dato rilevante che alcuni esperti collegano indirettamente alle restrizioni sull’aborto e alle maggiori difficoltà delle donne nel gestire gravidanze indesiderate.

Il parto in anonimato, un’alternativa alle culle per la vita

Un’alternativa alla culla per la vita è il parto in anonimato in ospedale, un importante strumento a tutela delle madri e dei neonati previsto dal decreto numero 396 del 3 novembre 2000. In pratica, dopo avere partorito, una mamma può scegliere di non essere registrata come genitore del bambino: in questo caso, sul certificato di nascita comparirà la dicitura «nato da donna che non consente di essere nominata». La segretezza deve essere obbligatoriamente mantenuta dal personale ospedaliero, sia sanitario sia amministrativo, e dagli addetti dei servizi sociali. Salvo ripensamenti della madre, il piccolo viene dichiarato adottabile nel più breve tempo possibile.

Secondo le più recenti stime della Società italiana di neonatologia, i nati nel nostro Paese che non vengono riconosciuti sono circa lo 0,06%, pari a poco meno di 200 bimbi all’anno. Questo dato è in linea con precedenti rilevazioni effettuate dalla stessa società scientifica: un’indagine condotta tra il 2013 e il 2014 in cento punti nascita aveva registrato 56 casi su circa 80.000 nati, con un’incidenza dello 0,07%.

Paola Arosio

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Marta

Esperta ed appassionata di oli essenziali e aromaterapia. Con una curiosità instancabile e una dedizione senza fine alla ricerca, mi impegno a portarti informazioni accurate e approfondite, arricchite dalla mia esperienza personale.