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Sepsi: la sindrome invisibile che uccide 50.000 persone all’anno. L’intervista al prof. Antonelli

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La sepsi non è una singola malattia, ma una sindrome complessa e potenzialmente letale. Si verifica quando la risposta immunitaria dell’organismo a un’infezione – che sia una polmonite, un’infezione addominale o urinaria – diventa così violenta da danneggiare i propri organi. Se non riconosciuta e trattata immediatamente, evolve in shock settico, una condizione in cui la pressione sanguigna crolla e le funzioni vitali cedono.

Per comprendere le ultime novità terapeutiche, abbiamo intervistato il professor Massimo Antonelli, Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Emergenza, anestesiologiche e rianimatorie del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma, a margine di “Top 5 in Infectious Diseases”, prestigioso convegno internazionale tenutosi a Venezia.

Una sfida globale: linee guida per tutti, ma cure personalizzate

Professore, parliamo delle nuove linee guida sulla sepsi. Ci sono novità fondamentali?

«Le nuove linee guida, aggiornate dopo cinque anni, segnano un cambio di passo fondamentale: l’applicabilità universale. Una raccomandazione deve poter essere agita sia in un Paese che ha grandi risorse, sia nei Paesi che ne hanno meno. L’obiettivo è fornire alternative efficaci laddove i moderni strumenti tecnologici non siano disponibili, garantendo a ogni paziente lo stesso standard di cura».

Si sta passando dalla medicina “one size fits all” (una misura per tutti) alle cure personalizzate. Come si inseriscono queste ultime nel trattamento della sepsi?

«Si inseriscono seguendo i principi applicati in ogni area della medicina: gli interventi devono essere adattati alle condizioni del paziente e al contesto in cui si trova. Ad esempio, se un paziente in shock settico è ricoverato in un’area del mondo con un’alta prevalenza di germi multiresistenti, dovrò dare una copertura antibiotica empirica più ampia. Se il rischio è basso, userò antibiotici a spettro più ristretto. Dobbiamo adattare la cura al singolo individuo e alla conoscenza dell’epidemiologia batterica dell’ospedale specifico».

Sintomi e numeri della sepsi in Italia

Quali sono i campanelli d’allarme che devono insospettire?

«A volte sono segnali semplici. Se in un reparto un paziente è febbrile, magari a pochi giorni da un intervento chirurgico, ha un addome non tranquillo e inizia a manifestare confusione mentale, quelli sono segni di ipoperfusione legati alla bassa pressione. In quel momento bisogna capire che il malato sta evolvendo verso la sepsi e agire immediatamente. L’ipoperfusione è una condizione medica caratterizzata da un ridotto apporto di sangue (flusso ematico) ai tessuti e agli organi».

Quali sono i numeri della sepsi nel nostro Paese?

«Parliamo di numeri non trascurabili. Conosciamo bene il rischio delle infezioni, ma dobbiamo essere consapevoli che almeno il 40% di queste infezioni ha la potenzialità di evolvere verso la sepsi. È un fenomeno molto più diffuso di quanto non appaia. La sepsi è responsabile di una quota compresa tra il 3% e l’8% di tutti i decessi registrati nel nostro Paese. Si tratta di un dato in forte crescita: nel 2003 i decessi certificati erano circa 19.000, triplicandosi in meno di vent’anni».

Perché di sepsi si parla così poco?

È una condizione gravissima, ma sembra quasi un argomento evitato dai media, un po’ come l’antibiotico-resistenza.

«Perché è difficile da spiegare. Mentre un paziente oncologico ha di fronte una “malattia” ben precisa con una diagnosi istologica, quando parliamo di sepsi parliamo di una “sindrome”. È un insieme di sintomi la cui origine infettiva può essere la più varia: una polmonite, un’infezione addominale, una nefrite. Il paziente comprende la malattia d’organo, ma coglie meno il senso dello shock settico, che è in realtà un’evoluzione esagerata della risposta infiammatoria del nostro stesso organismo».

La tempestività è fondamentale nella cura della sepsi: la Golden Hour

Esiste una “Golden Hour” per la sepsi, come per l’ictus? Quanto è importante intervenire subito?

«Essendo un’emergenza medica, prima agiamo e meglio è. Abbiamo un decalogo (o meglio, un “pentalogo”) di azioni da compiere entro la prima ora dal riconoscimento: fare le emocolture, identificare la sorgente dell’infezione, testare i lattati (indicatori della gravità dell’ipoperfusione), somministrare liquidi, antibiotici e, se necessari, vasopressori. Il vero problema è che non possiamo sapere con certezza quando la sepsi sia realmente iniziata; possiamo solo agire dal momento del riconoscimento».

L’intelligenza artificiale e i modelli predittivi possono aiutare nella diagnosi?

«Ci si sta lavorando, ma non abbiamo ancora nulla di definitivo. Un algoritmo sviluppato dal machine learning potrebbe aiutarci ad anticipare il momento in cui la sepsi “esplode”. Tuttavia, una volta che la sindrome è già in atto, il tempo a disposizione è minimo: lì l’IA serve a poco, bisogna solo agire con i protocolli clinici.

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Marta

Esperta ed appassionata di oli essenziali e aromaterapia. Con una curiosità instancabile e una dedizione senza fine alla ricerca, mi impegno a portarti informazioni accurate e approfondite, arricchite dalla mia esperienza personale.