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Psicofarmaci negli adolescenti: perché l’uso è in aumento e quando servono davvero

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Sara ha 15 anni e vive con la sua famiglia a Roma. È un’adolescente tranquilla, sensibile e un po’ introversa, frequenta con profitto il liceo ed esce con le amiche dell’oratorio. A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Sara inizia a dormire poco la notte. Di giorno è irritabile, sfuggente, fatica a concentrarsi e spesso finge di star male per non andare a scuola. Passa le ore sui social e dirada le uscite con le amiche.

I genitori, preoccupati, la convincono ad andare dallo psicoterapeuta, ma le sedute che si susseguono per più di un anno non bastano ad arginare la depressione: in un pomeriggio qualunque, Sara tenta il suicidio con un’overdose da paracetamolo e viene portata d’urgenza all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Poi il ricovero e un anno e mezzo di terapia farmacologica, che le permette finalmente di ritornare a una vita normale.

Psicofarmaci negli adolescenti: uso più che raddoppiato in Italia

Questa storia vera è una delle tante che si registrano sempre più spesso nel nostro Paese, dove l’uso di psicofarmaci nei minorenni è più che raddoppiato in meno di dieci anni: lo certificano i numeri del Rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali realizzato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Dal 2016 a oggi, si è passati da 20,6 a 59,3 confezioni di psicofarmaci ogni mille bambini e adolescenti: si tratta soprattutto di antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’Adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività). Il loro utilizzo cresce di pari passo con l’età, raggiungendo il picco nella fascia 12-17 anni.

Disturbi mentali nei giovani: due ragazzi su dieci ne soffrono

«A prima vista il dato può sembrare allarmante, ma va contestualizzato», spiega Stefano Vicari, professore all’Università Cattolica e direttore dell’Unità di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Bambino Gesù, referente (insieme a Gabriele Masi dell’Irccs Fondazione Stella Maris) del Coordinamento emergenze psichiatriche in età evolutiva. «Come ricorda la stessa Aifa, il trend evidenziato nel rapporto è in linea con il generale aumento dei tassi di prescrizione di questi medicinali in molti Paesi del mondo: la prevalenza d’uso in Italia è salita allo 0,57%, ma in Francia è circa tre volte superiore e in Spagna è ancora più alta, per non parlare dei Paesi del Nord Europa o addirittura degli Stati Uniti, dove si arriva anche al 25%».

Nel quadro globale, i numeri italiani non descrivono un uso eccessivo degli psicofarmaci, anzi: paradossalmente, evidenziano una carenza di adeguate cure per i problemi psichiatrici in giovane età. «Gli studi epidemiologici ci dicono che quasi il 20% dei ragazzi soffre di disturbi mentali che, nella metà dei casi, si presentano in forme così severe da necessitare l’uso di psicofarmaci: questo significa che in Italia riusciamo a trattare correttamente solo un ragazzo su 15 di quelli che ne avrebbero realmente bisogno», osserva Vicari. «È evidente che nel nostro Paese manca la cultura della salute mentale e scarseggiano le strutture idonee per accogliere i giovani che manifestano un esordio psichiatrico».

Perché l’adolescenza è una fase così fragile per il cervello

L’adolescenza e la preadolescenza sono le fasi più critiche perché il cervello in crescita è sottoposto a una forte spinta maturativa: i cambiamenti sono molto rapidi e gli equilibri delicatissimi. Nei soggetti che hanno una predisposizione genetica per un disturbo psichiatrico, il problema può essere sbloccato da diversi fattori esterni, come lo stress legato agli insuccessi scolastici, l’uso di alcol e sostanze stupefacenti, i traumi ripetuti del bullismo e del cyberbullismo, ma anche, e soprattutto, la dipendenza da social network, porno e gioco d’azzardo.

«Fino al 2013, nel nostro pronto soccorso pediatrico arrivavano ogni anno circa 240 ragazzi con disturbi mentali: poi gli smartphone sono diventati più economici, si sono diffusi tra i giovanissimi, e la situazione è cambiata drasticamente», rileva il neuropsichiatra del Bambino Gesù, che sul tema ha scritto un libro, Adolescenti interrotti, pubblicato a marzo 2025 con Feltrinelli. «Nel 2019 abbiamo accolto più di mille ragazzini con disturbi psichiatrici e con la pandemia il loro numero è salito ulteriormente oltre i 1.650».

L’impatto di social network, bullismo e stress

«L’aumento, purtroppo, è progressivo», gli fa eco Elisa Fazzi, presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia). «Rispetto al passato, i sintomi sono cambiati molto: i quadri clinici sono più complessi e caratterizzati dalla manifestazione contemporanea di più problematiche: dai disturbi dell’alimentazione e della nutrizione, che vedono anticipare a 11-12 anni l’età di insorgenza, a tentativi di suicidio, psicosi, disturbi del comportamento e dell’umore, depressione, disturbo borderline di personalità e manifestazioni di autolesionismo».

Da qui la necessità che gli adulti aprano occhi e orecchie. «Siamo tutti presi dalla nostra quotidianità e non sempre riusciamo a vedere e ascoltare bambini e adolescenti», osserva Fazzi. «Piuttosto, dovremmo creare uno spazio emotivo in cui far emergere anche le cose che non vanno e che noi abbiamo paura di sentire».

Le famiglie si sentono spesso responsabili del disagio dei figli, «ma in realtà possono essere parte della soluzione: devono chiedere aiuto rivolgendosi al medico di famiglia, al pediatra o agli operatori dei servizi di neuropsichiatria infantile. Un intervento tempestivo permette di risolvere la maggior parte dei disturbi mentali in questa età», rassicura Vicari. Va detto che la diagnosi di disturbo mentale non comporta necessariamente l’uso di psicofarmaci: questi strumenti sono riservati solo a casi ben specifici di una certa gravità, in cui la malattia determina un’evidente e pericolosa alterazione della normale vita di relazione. Pillole e gocce, insomma, non vengono prescritte semplicemente perché l’adolescente “è un po’ triste”.

I segnali del disagio psicologico nei ragazzi

I campanelli d’allarme a cui prestare attenzione sono:

  • i cambiamenti repentini e prolungati nel tempo, che possono causare un calo del rendimento scolastico;
  • la comparsa di difficoltà nel dormire la notte;
  • il peggioramento delle abitudini alimentari (mangiare troppo, poco o male);
  • l’abbandono di un’attività sportiva che si praticava con soddisfazione;
  • il ritiro sociale;
  • l’irritabilità e la scontrosità accentuati o un’eccessiva anedonia, cioè la difficoltà a provare piacere per cose che
    prima erano gratificanti.

I segnali rivelatori, però, possono essere anche fisici: è il caso dell’autolesionismo, un fenomeno in grande crescita soprattutto tra i giovani adolescenti (13-14 anni), ma anche un rapido cambiamento del peso corporeo può essere il segnale di un disturbo del comportamento alimentare.

Psicofarmaci negli adolescenti: quando sono davvero necessari

Molti genitori sono spaventati dall’idea di somministrare psicofarmaci ai figli, convinti che possano alterare il cervello o causare dipendenza. «In realtà, il vero problema è la malattia che, se non trattata, si “mangia” letteralmente il cervello dei ragazzi alterandone lo sviluppo e la crescita», sottolinea il neuropsichiatra dell’Ospedale Bambino Gesù.

I farmaci possono fermare questo effetto domino, a patto che vengano usati in maniera appropriata secondo le linee guida. Nel momento in cui vengono prescritti, precisa l’esperto, è fondamentale che il medico spieghi ai genitori: perché vanno usati proprio quei farmaci e quali sintomi devono contrastare, ponendo degli obiettivi tangibili e misurabili che permettano di valutarne l’efficacia nel tempo. Altra cosa importantissima è che venga subito chiarito quanto dovrà durare la terapia, quali controlli periodici andranno fatti, e infine come bisognerà sospendere i farmaci al termine della cura per non causare dipendenze o “effetto rimbalzo” (cioè la possibilità che i sintomi controllati dal medicinale riappaiano in forma più intensa).

Psicofarmaci negli adolescenti: il rischio delle interazioni con alcol e droghe

Un altro discorso che va affrontato seriamente con genitori e ragazzi riguarda i potenziali rischi legati all’uso concomitante di psicofarmaci e sostanze come alcol e droghe: si possono infatti innescare gravi interazioni che riducono o amplificano gli effetti dei medicinali, aumentano l’instabilità psichica e il rischio di crisi respiratorie, cardiache e neurologiche. «Se informati correttamente, i ragazzi in genere capiscono che ne va della loro salute e ci stanno molto attenti», afferma Vicari. «Nel caso in cui manchi la fiducia, perché il giovane tende ad assumere comportamenti rischiosi e al limite, allora si possono programmare dei controlli periodici, ad
esempio con il dosaggio delle sostanze stupefacenti nelle urine».

Psicofarmaci presi senza prescrizione: un fenomeno in crescita

Il vero allarme in Italia riguarda gli psicofarmaci che i giovanissimi assumono di propria iniziativa, senza alcuna prescrizione medica: il 21% degli studenti tra i 15 e i 19 anni lo ha fatto almeno una volta nella vita, secondo il rapporto Espad Italia 2024 curato dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc). Tra le motivazioni principali addotte dagli intervistati ci sono il miglioramento del rendimento scolastico e delle prestazioni fisiche, il disagio personale e, in alcuni casi, perfino lo “sballo”.

Di contro, solo un giovane su due si dice consapevole dei rischi legati all’uso di psicofarmaci senza prescrizione. «Si tratta di un comportamento estremamente pericoloso, che viene talvolta sottovalutato dagli stessi genitori», afferma Stefano Vicari, neuropsichiatra infantile all’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Gli psicofarmaci non vanno mai assunti né sospesi senza una chiara indicazione del medico, anche quando possono sembrare delle “innocue gocce per dormire”. «La raccomandazione ai genitori è quella di non tenere i medicinali incustoditi e alla portata di bambini e adolescenti. Anche nel caso in cui siano stati prescritti dal medico, devono sempre essere gestiti
e somministrati dai genitori».

Testo di Elisa Buson

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Marta

Esperta ed appassionata di oli essenziali e aromaterapia. Con una curiosità instancabile e una dedizione senza fine alla ricerca, mi impegno a portarti informazioni accurate e approfondite, arricchite dalla mia esperienza personale.